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Hugo Forrest: la mia Maratona

“Non mi fermerò quando sono stanco, mi fermerò quando ho finito”

Finalmente lo sparo di cannone, partiti!

Sul ponte di Verrazzano il vento è pungente ma i brividi che senti in questo momento non sono di freddo.

Hai appena ascoltato l’inno americano; poi, il via all’ultima ondata, la tua. Sono le 11. E’ stata una lunga mattinata, (in piedi dalle 5), e una parte di te vorrebbe dirti che sei già stanco, ma fai di tutto per non ascoltare.

Gli ultimi abbracci ed in bocca al lupo ai tuoi compagni: siamo d’accordo che ognuno farà il suo passo e proverà a vincere la sfida con il proprio avversario: sé stesso.

Percorri la prima parte del Ponte sulle note di “New York New York”; poi, man mano che ti allontani, solo il fruscio del vento e lo scalpitio di migliaia di scarpette sull’asfalto. La suggestione, (o forse invece è proprio così), è che ti sembra di sentir vibrare quell’immensa struttura di cemento e acciaio per il transito di migliaia di corridori. In fondo ci può stare, visto che i “tecnici” dicono che l’impatto a terra di un corridore scarica tra le 2 e le 3 volte il proprio peso corporeo e lì sopra siamo davvero tanti!

In quel momento ti senti più vicino all’Universo: migliaia di persone, uomini e donne di tutte le età, dalle strutture corporee più disparate, di tutte le razze e tutte le religioni, sono accomunate dalla voglia di misurarsi su una distanza così impressionante: 42 km e 195mt!

Ti senti fortunato, perché tutto il Gruppo è stato sorteggiato per la partenza dal Ponte “nobile”; l’alternativa sarebbero stati due ponti sotto elevati a quello di Verrazzano che poi si ricongiungono dopo circa 2,5 km. Ma tu, insieme ai tuoi “compagni di caccia”, quel Ponte lo aspetti da oltre 365 giorni.

In un istante ripensi che quella stessa domenica di un anno fa, (era il 6 novembre 2016), avevi seguito in TV la Maratona di New York dal divano di casa ed alla fine della gara, senza preavviso, avevi creato su What App il gruppo “New York Marathon 2017”, scegliendo come foto del profilo proprio la partenza dal Ponte di Verrazzano.

Ma ora non conta; quella visione oggi è finalmente realtà ed a distanza di un anno su quel Ponte ci sei  tu, ci siamo Noi.

Per un attimo, la mente ripercorre velocemente le fatiche, le sofferenze, le speranze di tutta la fase di preparazione: le alzatacce all’alba per allenarti, gli infortuni, la fisioterapia, la chiropratica, la cura maniacale per gli esercizi di stretching. E poi ancora chi ti ha aiutato ad avere un’alimentazione corretta e più in generale tutte le persone che in questo periodo ti hanno dimostrato affetto, ti sono state vicino e che hanno dovuto sopportare serate monotematiche e condizionamenti nel cambiamento del tuo stile di vita.

Man mano che procedi a correre le prime centinaia di metri, cerchi di ascoltare e capire i primi segnali che ti restituisce il corpo, rimandando al mittente qualsiasi brutto pensiero.

La tensione della vigilia è stata davvero pesante, le sensazioni erano tutt’altro che buone, ma ora hai la possibilità di liberare ogni tua energia.

Sceso dal Ponte lasci Staten Island ed entri nel quartiere di Brooklyn. Ecco che qui tocchi con mano la magia di questa Maratona: lungo le transenne, migliaia di persone festanti urlano ed acclamano il tuo passaggio; alcuni addirittura chiamandoti per nome “go Hugo go!” (pronunciato “go iugo, go!”), “go Forrest!”

Lungo il percorso sono innumerevoli i bambini che alle transenne porgono la mano tesa per scambiarti “il 5”. E’ incredibile: con una mano sono aggrappati alla propria mamma e con l’altra ti cercano per darti e trarre energia da questo scambio volante. Chissà; mi piace pensare che quando saranno grandi anche loro saranno dall’altra parte della transenna a correre.

Per distrarmi cerco di interagire quanto più possibile con la folla scambiando il 5 con tante persone, alzo il braccio per salutare, mando baci a destra e a sinistra. Mi sembra un modo per non pensare alla fatica, anche se il “mio” Cacio, (il “Sensei” del Gruppo, che mi accompagnerà con premura fino al traguardo), mi suggerisce di limitare il consumo di energie dovuto a questi continui cambi di direzione; alla lunga, potrebbero farsi sentire e fare la differenza sulle capacità di arrivare in fondo.

Provo a recepire i preziosi consigli del Cacio ma trovo un compromesso: è troppo eccitante quella folla per non immergersi; e poi ho la sensazione che fintanto che interagisco con loro, non penso alla fatica ed ai dolori .. e intanto si scaricano km su km.

Come suggerisce Stefano Baldini nel suo libro “La Maratona per tutti”, (letto e riletto), cerco di non mancare nessun ristoro ed ogni 3 km circa prendo il bicchiere al volo (ora di acqua, ora di sali) e mi bagno la bocca a piccoli sorsi per evitare il rischio di disidratarmi.

Mi fa impressione l’entusiasmo della gente intorno: te lo avevano detto tutti, lo avevi visto nei video, ma viverlo di persona è un’altra cosa. Visto che sei partito con l’ultima ondata, pensi anche che prima di te sono già transitate (da ore) migliaia di persone, ma nei volti di chi ti acclama, delle band che suonano, di chi balla nelle scalinate fuori della case di Brooklyn e dei gruppi Gospel davanti alla Chiese, nessun accenno di stanchezza.

Nel frattempo comincia a piovere, una pioggia leggera, quasi fosse quella nebbiolina densa di certe mattine di inverno nelle nostre campagne. Una pioggia che ci accompagnerà di lì fino al traguardo e che io accolgo con gratitudine, come una pianta che trova un ulteriore elemento di vitalità.

Durante il percorso, numerosi i cartelli esposti dalla gente. Non li ricordo tutti, ma alcuni sono davvero indimenticabili perché mi hanno fatto ridere e mi hanno incoraggiato:

“give me five to get the power!”

“you’re doing a good job!” o nella versione più sintetica: “good job!”

“well done!”

don’t stop! you’re running better than our government

Per non parlare di quello incontrato all’imbocco dell’ultimo ponte in salita: “the last damn bridge”!; oppure man mano che si procedeva oltre il 20esimo miglio: “almost done!”

Durante il percorso, non sono mancati poi personaggi curiosi, che aggiungono l’impresa nell’impresa: un runner totalmente nascosto da un pesantissimo costume da dinosauro, un giovane che corre scalzo ed un altro più avanti con ai piedi le “five fingers” (che io uso per le lezioni di Pilates); un atleta croato in tenuta da giocatore di pallanuoto.

Il desiderio di avvicinarmi è troppo forte: via via mi affianco e nel congratularmi pongo a tutti la mano per il “5”, che mi viene prontamente restituito. Nel percorso incontriamo addirittura un giocoliere, che nel durante della corsa riesce a far circolare tra le mani 3 palle da baseball (ma a lui, per evidenti motivi, non mi azzardo a chiedere lo scambio di mano!)

Km su Km lasciamo il quartiere di Brooklyn ed arriviamo nel Queens; all’imbocco c’è un cartello tenuto da un gruppo di ragazzi “Welcome to Queens!!”.

Man mano ci rendiamo conto di superare centinaia e centinaia di persone, come salmoni che risalgono la corrente dei fiumi incontriamo via via “muri” di runners delle ondate precedenti che evidentemente hanno un passo più lento. Non senza fatica, incalziamo quella folla di corridori e come una gara di slalom proviamo a farci largo ed a non perdere il ritmo, anche se in questa situazione le energie spese aumentano sensibilmente.

Le sensazioni ora sono buone: man mano che procedono i km, le gambe ruotano ed i fastidi alla schiena ed alle ginocchia, pur presenti, sono sotto controllo.

 

Per i momenti di maggiore difficoltà, mi ero preparato qualche “mantra” da ripetere dentro di me, così da evitare di pensare alla fatica ed alla sofferenza, ma ho potuto riscontrare che durante una Maratona la cosa migliore è correre e basta: una testa piena di pensieri pesa di più.

Al 28esimo km il Garmin mi dice che il cuore viaggia a ridosso tra la soglia aerobica e quella anaerobica; vuol dire che il mio organismo sta cominciando a produrre acido lattico.  E’ un piccolo segnale di allarme. Durante la preparazione, in genere, entravo in fascia anaerobica dopo aver superato i 32 km e siccome ne mancano ancora 14 il rischio è che all’improvviso possano arrivare i crampi. Cerco di non pensarci e raccolgo dalle mani di un paio di bambini 2 banane che mangio avidamente in corsa: si dice che in questi casi il potassio possa fare miracoli e comunque posso sempre confidare sull’effetto placebo.

Lungo il percorso i passanti offrono di tutto: barrette energetiche, biscotti, miele; ed a proposito di miele, mi incuriosisce vedere dei bastoncini di legno (tipo quelli del gelato), avvolti nell’estremità superiore da una sostanza che sembra miele grezzo. Ora sono concentrato nella corsa, e limitando qualsiasi spostamento di direzione mi trattengo dall’andare a prenderli; sarà buffo sapere a posteriori che qualcuno di Noi (più di uno!!!) li ha assaggiati, scoprendo – ahimè – che si trattava di vasellina, che i passanti offrono contro le irritazioni da sfregamento!

Km dopo Km arriviamo al “Queensboro”, il Ponte più temuto di New York; il ritmo si spezza e l’incessare della salita piega le gambe ai corridori; nondimeno, non hai più l’incitamento della folla ed in quel momento sei solo con te stesso. Raccogli le forze, abbassi lo sguardo ed accorci il passo, che si fa ora più corto e veloce per non perdere il ritmo e per provare a sentire meno la fatica, ma sai che di lì a qualche km potrebbe arrivare la prima ricompensa.

Infatti di là dal Ponte, entrati in Manhattan, ci dovrebbero essere i tuoi familiari e quelli dei tuoi amici, da qualche ora transennati ad attendere il nostro passaggio; il condizionale è d’obbligo, perché in quelle situazioni riuscire a vedersi non è facile né scontato.

In questo senso, i cappellini e le bandierine del CALCIT avranno un’importanza fondamentale! Usciti dal ponte, dopo circa 200 metri sullo slargo della curva a destra, scorgo una nuvola gialla che grida verso di Noi. Il cuore si riempie di emozione e come un centravanti che segna il goal partita all’ultimo minuto, corro a braccia aperte sotto la curva ad abbracciare i miei affetti. Da quell’abbraccio ricevo tanta emozione ma anche tanta energia, tant’è che un attimo dopo le gambe ripartono con un rinnovato slancio ed un groppo mi sale in gola: quel groppo lì mi rimarrà fino alla fine.

E’ stato fondamentale condividere questa avventura con Lucia e Riccardo; senza di loro non sarebbe mai stata la stessa cosa! E voglio sperare che questa esperienza del proprio babbo possa far germogliare in loro la concreta consapevolezza che qualsiasi cosa decidano di fare nella vita, se ci metti l’impegno, la forza di volontà e la passione, si possono anche realizzare cose un tempo ritenute impossibili.

Ormai siamo oltre i 2/3 della Maratona. Mi accorgo che il mio procedere ha perso l’esuberanza dei primi km e la voglia di interagire con la folla è sensibilmente diminuita; piuttosto, ora cerco di concentrarmi sulla postura, mantenendo una buona impostazione delle braccia e della parte alta del corpo per favorire una buona respirazione. Ora sono davvero molto concentrato sulla corsa; il mio cruscotto di viaggio segnala che sto esaurendo la benzina in eccesso e devo sapermi amministrare. Mi aiuto con gli integratori. Comincia la fase di sofferenza: le gambe si fanno via via più pesanti e doloranti ed il corpo ora chiederebbe una tregua. Evito anche la sosta per la pipì per il timore di spezzare il ritmo.

In fondo, penso, era quello che volevo. Quello che molto mi attraeva della Maratona era proprio questo: quando il corpo non ce la fa più e ti chiede di smettere, trovare la forza mentale e dimostrare a te stesso che il potere della mente e la forza di volontà possono prevalere!

Oltre il 36esimo km, terminata la First Avenue ed entrati nel Bronx, sono ormai superate anche le Colonne d’Ercole: iniziamo a percorrere distanze mai sperimentate in allenamento: le gambe non ci sono più, la schiena fa male, questi ultimi 6 km li devo inventare con la testa e con il cuore!

Mi accorgo a posteriori di essere in questo momento “dissociato tra il dire e il fare”: con l’emisfero destro dico al Cacio di andare via, libero!, perché non ce la faccio più; con quello sinistro sto alzando sensibilmente il ritmo e mi accorgo che da diverso tempo stiamo correndo sotto i 5 minuti a km.

Intorno al 39esimo, rientrati nella 5th Avenue, ancora un tuffo al cuore: la nuvola gialla del Calcit ora ci acclama lungo le transenne che costeggiano Central Park. Le residue forze mi suggeriscono di non deviare la direzione rimanendo concentrato sulla corsa, ma non posso fare a meno di alzare le braccia per un saluto ed inviare un bacio nella direzione dei miei: è bello e da tanta forza vedere che sono lì.

Ormai mi accorgo di essere in trance agonistica, da qui alla fine non si molla più. Anzi, gli ultimi 2 km in Central Park, ancorché in salita, li chiudiamo in 4:30 a km.

Arrivo al traguardo della mia Maratona incredulo (ma in verità, lo sono tuttora!) e schiaccio il pulsante del Garmin: 3 ore e 37 minuti. Penso tra me e me: caspita! .. poteva andarmi peggio! ma non sono molto lucido.

Rimango convinto che il responso cronometrico resti un elemento marginale: il vero successo, per ciascuno di Noi, è stato chiudere la Maratona ed arrivare al traguardo, perché 42 km e 195 metri non sono mai banali, neanche a piedi!

E la cosa che mi più rende felice ed orgoglioso è che nel nostro Gruppo tutti e dieci abbiamo portato a casa quella medaglia!; un Gruppo di “ragazzi” a cui mi sono molto affezionato e nei quali, il vivere questa esperienza giorno per giorno, ha sicuramente cementato un’amicizia importante ed ha prodotto un ricordo indelebile per tutta la vita.

Ringrazio questo mio corpo per aver avuto la pazienza di sopportare mesi di duro allenamento ed avermi consentito di arrivare al traguardo, ma ringrazio anche la mia forza di volontà, che sino ad oggi, nei momenti che contano, non mi ha mai lasciato a piedi.

Ringrazio Mauro Cacioli, Sensei del Gruppo, (nome di battaglia a New York: “Cacio”), con il quale ho avuto l’onore di correre fianco a fianco per tutta la Maratona, ma anche il “Busa” Marco Busatti, che ha leggermente ceduto il passo solo negli ultimi km.

Last but not least, ringrazio soprattutto il nostro Gruppo di runners: senza la forza del gruppo sarebbe stato difficilissimo – se non impossibile – affrontare questi lunghi mesi di preparazione ed in ogni caso, non sarebbe mai stata la stessa cosa.

Ho un solo dispiacere: quello di non essere stato capace di piangere. Quel groppo in gola infatti è ancora tutto qui; … ma questa è un’altra storia.

Author: Ugo Borgheresi

Mezzofondista Junior promettente, podista impenitente

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One thought on “Hugo Forrest: la mia Maratona

  1. Caro Hugo Forrest…leggere quanto hai scritto è emozione che trasmette emozione. Ho seguito alla tv la maratona delle donne, ed a seguire la vs, grazie all’applicazione che avevo scaricato. Non ho perso di vista quei pallini colorati con le vs iniziali nemmeno x un minuto. Tutto il resto potevo solo immaginarlo. Ho immaginato il vs percorso, l’incitamento del pubblico, la stanchezza che voleva impossessarsi delle vs gambe, l’incredulità vs nell’essere proprio voi lì…Grazie x l’esempio di tenacia, di forza fisica e mentale, x lo scopo umanitario che ha dato ancora più senso alla vs associazione.

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